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La logistica aiuta poco l’import-export italiano di ortofrutta

Secondo la fotografia del mercato italiano scattata da Fruitimprese rielaborando dati Istat, sono 133 i milioni di euro persi nell’export nei primi dieci mesi del 2019 (equivalenti a un -3,6%) per un’impennata dei valori dell’import di oltre il 10%. Sull’ortofrutta si conferma dunque un trend in via di consolidamento: nel saldo l’Italia importa più di […]

di Nicola Capuzzo
27 Gennaio 2020
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Secondo la fotografia del mercato italiano scattata da Fruitimprese rielaborando dati Istat, sono 133 i milioni di euro persi nell’export nei primi dieci mesi del 2019 (equivalenti a un -3,6%) per un’impennata dei valori dell’import di oltre il 10%. Sull’ortofrutta si conferma dunque un trend in via di consolidamento: nel saldo l’Italia importa più di quello che esporta e non solo in ‘contro stagione’.

Lo sbilanciamento sui volumi si è tradotto in una forbice di 66 mila tonnellate a favore dell’import e in una riduzione drastica del saldo della bilancia commerciale, che da 627 milioni è sceso a poco più di 157 milioni di euro. In poco più di due anni, l’ultimo record in campo ortofrutticolo risale al 2017 con cinque miliardi di euro di prodotti esportati, dazi, crisi climatiche, nuovi virus hanno ridisegnato la fisionomia di un Paese che da top player dell’export si è ritagliato una vocazione prevalentemente orientata all’import. Un’attitudine non più circoscritta alle sole categorie merceologiche prodotte prevalentemente all’estero (si pensi ad esempio alla frutta tropicale o alla frutta secca) ma anche a prodotti tipici del territorio come legumi, ortaggi, agrumi.

Si allarga la forbice con la Spagna che mantenere un buon trend sull’export, con 13 miliardi di euro di ortofrutta esportata, e con nuovi competitor sempre più aggressivi come i Paesi Bassi, che nel 2018 hanno traguardato gli 11,3 miliardi di euro tra esportazione e riesportazione (dati Eurostat), forti di una logistica all’avanguardia sottolinea IlSole24Ore. L’Italia nel 2018 si è fermata a 4,6 miliardi.

Marco Salvi, presidente di Fruitimprese, non ha dubbi: «Paghiamo lo scotto di una scarsa programmazione, la mancata aggregazione tra aziende e i ritardi accumulati in alcuni settori come l’innovazione varietale, che soltanto negli ultimi tempi sta recuperando il gap nel comparto dei kiwi, delle mele e dell’uva senza semi».

Alla tempesta abbattutasi sul settore, hanno contribuito anche il combinato disposto delle emergenze climatiche e fitosanitarie. Anche la carica dei nuovi virus globali sta infatti decimando le produzioni: dopo Psa e moria, il nemico numero uno nelle campagne ora è rappresentato dalla cimice asiatica, che ha prodotto un abbattimento delle superfici tra il 5 e il 10% e il blocco totale dei reimpianti.

Più in generale, dietro i numeri della bilancia ortofrutticola nazionale si nasconde un crescente gap di competitività legato a fattori quali: manodopera costosa, logistica inefficiente (troppa gomma e poco treno, tempi lunghi via mare), lentezza e farraginosità nello sviluppo di accordi commerciali con nuovi clienti.

Segnali positivi arrivano da Sudamerica e Asia: Corea del Sud e Colombia hanno riaperto al kiwi che ha debuttato sul mercato messicano. Il mercato più ambito è quello cinese, già conquistato da kiwi, limoni e arance, e dove si è aperto il negoziato per il protocollo fitosanitario. In fase avanzata anche i negoziati per l’apertura del mercato thailandese per le mele italiane, mentre l’export verso Taiwan dovrebbe partire tra poco.

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