Anno record per Sebi, che punta su formazione, tecnologia e razionalizzazione dei processi
Dopo il miglior bilancio dei suoi 52 anni di storia, l’azienda lombarda reinveste su persone, strumenti digitali, AI applicata e ampliamento della struttura doganale

== COMUNICAZIONE AZIENDALE ==
Fondata nel 1974 come operatore doganale, Sebi ha costruito nel tempo un modello capace di integrare servizi doganali, consulenza specializzata e spedizioni internazionali per l’import-export. Con una forte identità nel settore customs e una presenza consolidata nell’area di Malpensa, l’azienda affianca oggi case di spedizione italiane e internazionali nella gestione dei flussi logistici e delle operazioni doganali.
In questa intervista Michele Bonicalzi, socio di Sebi insieme al fratello Massimo e al padre, il presidente Tino Bonicalzi, racconta le trasformazioni del commercio internazionale, le nuove complessità della supply chain, il ruolo della tecnologia e il valore delle persone in un settore sempre più specializzato.
Michele Bonicalzi, negli ultimi anni le tensioni geopolitiche hanno modificato molte catene di approvvigionamento. Quali cambiamenti state osservando nei flussi logistici dei vostri clienti?
“Gli scenari geopolitici hanno certamente un impatto sui flussi logistici, anche se gli effetti cambiano molto in base al settore e al core business delle singole aziende. Nel nostro caso, una parte importante dell’attività è legata al mercato cinese. Per la nostra esperienza, negli ultimi anni il traffico Cina-Italia è stato influenzato più dall’e-commerce che dalle tensioni geopolitiche in senso stretto. L’e-commerce ha modificato profondamente la gestione degli spazi cargo.
In passato gli spedizionieri acquistavano spazi e allotment preconfigurati dai master loader. Oggi gli spazi vengono gestiti sempre più volo per volo e le spedizioni vengono composte in modo dinamico, quasi come in un Tetris, per massimizzare la resa economica di ogni collegamento. Questo ha reso il mercato più fluttuante, con maggiore volatilità dei costi e minore prevedibilità.
Non ci sono blocchi strutturali: il commercio continua. Tuttavia, uno scenario più stabile permetterebbe certamente di lavorare con maggiore serenità. Detto questo, lo spedizioniere è abituato ad adattarsi. Mio padre ha sempre detto che per fare questo mestiere bisogna essere dei camaleonti: bisogna saper cambiare pelle e colore ogni volta che ci si trova davanti a un problema. È una frase che descrive molto bene la natura del nostro lavoro”.
Le politiche commerciali degli Stati Uniti e il ritorno dei dazi stanno creando nuove complessità. Quali sono oggi le principali richieste che ricevete dalle aziende italiane che esportano oltreoceano?
“Nella prima fase abbiamo percepito molto timore. Diverse aziende si sono fermate per capire come muoversi e questo ha rallentato alcuni flussi. Tuttavia, non abbiamo visto un reale disinteresse verso il mercato americano, che resta fondamentale per molti esportatori italiani.
Quello che abbiamo osservato è un cambio di approccio. Molte imprese hanno iniziato a porsi domande più strutturate, a valutare scenari alternativi e a ragionare con maggiore attenzione sulla distribuzione dei propri mercati di sbocco. Gli Stati Uniti rimangono un mercato strategico, ma quando un mercato diventa più complesso o più costoso da gestire è naturale che le aziende cerchino di ampliare il proprio raggio d’azione. Abbiamo quindi visto crescere l’interesse verso nuove destinazioni, non in sostituzione degli Stati Uniti, ma come forma di diversificazione e riduzione del rischio”.
State notando un aumento delle richieste di diversificazione dei mercati rispetto al passato? Quali aree geografiche stanno mostrando il maggiore dinamismo?
“Sì, la richiesta di diversificazione è aumentata. Una delle aree che sta emergendo è il Sud America, pur con tutte le complessità operative, normative e finanziarie che alcuni Paesi possono comportare. Un altro mercato che sta attirando grande attenzione è l’India. È un Paese con caratteristiche molto specifiche e stiamo osservando un interesse crescente da parte delle aziende italiane che vogliono esportare verso quel mercato. Sono stato personalmente in India lo scorso anno e il tema era molto presente. Ritengo che il mercato indiano meriti attenzione nei prossimi anni, perché può offrire opportunità importanti, a condizione di affrontarlo con preparazione, conoscenza del contesto e
partner affidabili”.
Sebi nasce come operatore doganale. Oggi quanto pesa la consulenza doganale rispetto alla tradizionale attività di spedizione e trasporto?
“Noi siamo nati nel 1974 come operatori doganali e ancora oggi questa è la nostra identità principale, oltre che uno dei nostri maggiori motivi di orgoglio. La componente doganale è centrale nel nostro modello e rappresenta una parte fondamentale del valore che offriamo al mercato.
Attualmente circa l’80% del nostro business deriva dalle collaborazioni con le case di spedizione. Può sembrare un paradosso, perché siamo sia freight forwarder sia customs broker, ma la nostra crescita si è costruita proprio su questa doppia competenza.
Siamo certificati AEO e siamo gli unici in Italia a utilizzare un sistema di fast transfer per le uscite delle merci dall’aeroporto di Malpensa verso il nostro magazzino in procedura semplificata. Questo ci permette di unire competenza doganale, velocità operativa e conoscenza concreta dei flussi logistici. Allo stesso tempo ragioniamo anche come spedizionieri, e questo ci consente di comprendere meglio le esigenze operative delle case di spedizione con cui collaboriamo. Il nostro obiettivo è migliorare i flussi logistici per conto loro, senza interferire con il rapporto commerciale con il cliente finale. Una parte importante dei risultati ottenuti nasce proprio dalla fiducia degli addetti del settore. Molti operatori logistici hanno compreso il valore di affidarsi a un’azienda capace di unire tecnica doganale e necessità concrete dello spedizioniere: tempi, urgenze, documenti, responsabilità operative e tracciabilità. A tutto questo si aggiunge un principio per noi fondamentale: la neutralità. Quando collaboriamo con una casa di spedizione, la sua clientela viene esclusa da qualsiasi nostra attività commerciale. È una regola che applichiamo ogni giorno, senza eccezioni”.
L’evoluzione delle normative internazionali rende sempre più complessa la gestione delle operazioni di import-export. Quali sono gli errori più frequenti?
“Uno degli errori più frequenti, soprattutto nell’export, riguarda le spedizioni in Ex Works. Molte aziende pensano che, una volta consegnata la merce, il problema non le riguardi più. In realtà non è così. La dichiarazione doganale viene emessa dall’operatore italiano e una classificazione errata può generare conseguenze importanti. Per leggerezza si tende a pensare che tutto sia responsabilità del destinatario estero, ma la gestione doganale richiede attenzione anche da parte dell’azienda esportatrice.
Nel caso delle importazioni, il livello di attenzione deve essere ancora maggiore, perché entrano in gioco dazi, Iva, eventuali restrizioni, controlli specifici e responsabilità documentali. L’errore peggiore è scegliere un operatore soltanto perché promette di far pagare meno dazi. Non bisogna cercare la classificazione che costa meno, ma quella corretta. Un professionista serio non deve trovare scorciatoie, ma aiutare l’azienda a individuare la giusta voce doganale. La dogana non è un dettaglio amministrativo: è una parte sostanziale del commercio internazionale”.
La tecnologia sta entrando in molti segmenti della supply chain. In quali ambiti può portare i benefici più concreti?
“Credo che oggi sia ancora difficile prevedere con certezza quale sarà l’impatto finale delle nuove tecnologie sul nostro settore. In oltre trent’anni di lavoro ho visto arrivare molte innovazioni: dal telex a Internet, fino alla posta elettronica. Ognuna ha cambiato il modo di lavorare e gestire le informazioni.
Oggi stiamo vivendo un’ulteriore accelerazione. Strumenti digitali, automazione dei processi, sistemi di analisi e AI applicata entreranno sempre di più nella gestione delle informazioni e nel supporto alle attività operative. Da circa un anno e mezzo stiamo studiando con attenzione anche le applicazioni dell’intelligenza artificiale, ma con un approccio concreto: non ci interessa inseguire una moda, ci interessa capire quali strumenti possano davvero migliorare il lavoro quotidiano, aumentare l’efficienza e ridurre le attività ripetitive. Il vero elemento differenziante, però, resta il livello professionale del personale. In un settore complesso come quello doganale e logistico, la tecnologia può aiutare, ma non può sostituire esperienza, capacità di giudizio, conoscenza normativa e senso di responsabilità. Per questo investiamo molto nella formazione: le competenze si costruiscono nel tempo, con affiancamento, esperienza sul campo, aggiornamento continuo e attenzione ai dettagli.
Un altro aspetto fondamentale è la fidelizzazione delle persone. Il ridotto turnover del personale è un patrimonio aziendale importante, perché consente di mantenere competenze, memoria operativa, conoscenza dei clienti e continuità di servizio. Le nuove tecnologie devono quindi affiancare i professionisti, non sostituirli. Devono alleggerire attività ripetitive, comunicazioni, traduzioni, ricerche preliminari e gestione documentale, permettendo alle persone di concentrarsi sulle attività a maggiore valore aggiunto. Il punto non è avere meno persone, ma permettere alle persone di lavorare meglio. La tecnologia deve togliere rumore, non togliere valore”.
I clienti chiedono sempre più visibilità e tracciabilità delle merci. Come stanno cambiando le aspettative delle aziende?
“I grandi operatori dell’e-commerce hanno modificato completamente le aspettative del mercato. Hanno abituato i clienti a ricevere informazioni continue, aggiornamenti costanti e visibilità quasi immediata sullo stato delle spedizioni. Oggi la tracciabilità non è più percepita come un servizio accessorio, ma come uno standard. Non basta più movimentare correttamente la merce: bisogna
anche permettere al cliente di sapere dove si trova, cosa sta accadendo e quali sono i tempi previsti.
Per questo motivo è impensabile non investire in sistemi di tracking e tracciabilità. La visibilità della spedizione è diventata un elemento essenziale della qualità percepita”.
La sostenibilità è diventata un tema centrale per il settore. Quanto incide oggi nelle richieste dei clienti?
“La sostenibilità è certamente un tema importante e lo sarà sempre di più. In passato si parlava molto, ad esempio, dell’impronta di Co2 delle compagnie aeree e della scelta di un vettore rispetto a un altro. Negli ultimi anni, però, molte aziende si sono trovate ad affrontare emergenze operative, instabilità dei mercati e aumento dei costi. In diversi casi l’attenzione si è spostata sulla necessità primaria di garantire il movimento delle merci. Questo non significa che la sostenibilità sia diventata meno importante. Significa piuttosto che, in alcune fasi, le aziende hanno dovuto dare priorità alla continuità operativa. Nel medio-lungo periodo, però, la sostenibilità diventerà un requisito implicito del mercato, esattamente come la tracciabilità. Entrerà sempre più nelle scelte operative, nei processi di selezione dei fornitori e nella valutazione complessiva della qualità del servizio. Chi avrà iniziato prima questo percorso sarà più preparato quando il mercato lo
considererà uno standard”.
Sebi ha appena archiviato il miglior bilancio dei suoi 52 anni di storia. Quali risultati avete raggiunto e dove si stanno concentrando oggi gli investimenti?
“Abbiamo chiuso il miglior bilancio della nostra storia, con risultati in crescita a doppia cifra rispetto all’anno precedente. È un dato che ci rende orgogliosi, ma che leggiamo soprattutto come il risultato di un percorso costruito nel tempo, basato su competenza, continuità e fiducia del mercato. Non viviamo però questo risultato come un punto di arrivo. Lo consideriamo una responsabilità. Quando un’azienda cresce, deve reinvestire: sulle persone, sulla formazione, sulla tecnologia e sulle infrastrutture. Stiamo investendo nella crescita professionale del personale, nell’aggiornamento continuo, nel rafforzamento degli strumenti digitali, nei sistemi di tracciabilità e nello sviluppo delle
infrastrutture operative. Abbiamo sviluppato strumenti di tracking doganale e sistemi che consentono di monitorare l’avanzamento delle spedizioni. Lavoriamo anche per integrare meglio i nostri sistemi informatici con quelli della clientela, così da rendere i processi più fluidi. Sul piano infrastrutturale, stiamo lavorando a un piano di ampliamento della struttura doganale, perché la crescita deve essere accompagnata da maggiore capacità operativa, spazi adeguati e processi più efficienti. Continueremo quindi a investire in formazione, servizi digitali, consulenze specialistiche, infrastrutture e strumenti tecnologici evoluti. Ma tutto questo ha senso solo se resta collegato alla
competenza delle persone”.
Guardando ai prossimi cinque anni, quali saranno le principali sfide e opportunità per il settore?
“Una delle principali sfide sarà governare il cambiamento tecnologico. Sarà necessario comprendere i nuovi strumenti, integrarli nei processi e utilizzarli in modo corretto, senza pensare che possano sostituire competenze costruite in anni di esperienza. Parallelamente sarà indispensabile aumentare il livello di specializzazione. I mercati cambiano rapidamente, le normative diventano più complesse e lo scenario internazionale è sempre meno prevedibile. Per questo bisogna essere pronti ad adattarsi, ma senza perdere identità. Professionalità, integrità,
trasparenza, formazione del personale e valorizzazione delle persone sono elementi essenziali. Le opportunità continueranno a esserci, anche se richiederanno più impegno per essere individuate. Il mercato riconosce e premia i percorsi costruiti con coerenza. I risultati ottenuti non li
interpretiamo come un traguardo da celebrare in modo fine a sé stesso, ma come una responsabilità verso chi ci ha dato fiducia. La sfida sarà continuare a migliorare, trasformando la crescita in nuovi investimenti e mantenendo salda la nostra identità: competenza doganale, neutralità, professionalità, attenzione alle persone e capacità di adattarsi ai cambiamenti del mercato”.

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